Democrazia e Piattaforme digitali.
Quindi come funziona?
Virtualizzando le comunità reali in comunità online cosa succede? Succede che la vita si sposta online. Che si comunica online. Che il mondo è andato online. Il che significa che cosa? Che la ‘comunità politica e pubblica’ si è trasferita online, su piattaforme digitali.
Ora è legittimo chiedere se la vita ‘pubblica e politica’ delle società si è trasferita online come viene attualizzata la democrazia? Se il ‘dibattito pubblico’, la conversazione politica è divenuta mondiale, e non è più reale ma virtuale, le società si sono trasferite dall’arena il forum, alle piattaforme digitali, chi possiede e gestisce le piattaforme detta le regole della piattaforma. Esserne esclusi equivale quindi ad essere esclusi dalla comunità mondiale. E’ legittimo quindi chiedersi se ciò sia giusto, e democratico, o legittimo.
Ossia in altre parole, le regole della convivenza civile e democratica non sono più decise collettivamente, democraticamente, pubblicamente da tutti, ma sono imposte da chi detiene la proprietà della piattaforma. Per cui si deve interagire secondo le regole poste e decise da uno solo, il proprietario della piattaforma. Le regole non sono quindi come in democrazia decise e stabilite collegialmente da tutti, insieme, attraverso dibattiti, ma imposte. Le regole di una piattaforma sono quelle della piattaforma, non della gente, forse inappellabili, forse non chiare nei contenuti, forse ingiuste. Chi aderisce acconsente, o in teoria acconsentirebbe a quelle regole, vi si dovrebbe attenere, e preferibilmente dovrebbe leggerle prima di aderire per sapere e conoscere perlomeno un po' a cosa attenersi, sebbene poi nelle sfumature, nei modi di dire, la deliberazione su ciò che rientra nelle determinate categorie di legge, cosa non vi rientra, e cosa non vi rientra, cosa è considerato offensivo veramente, o cosa non lo è, perlomeno culturalmente, linguisticamente, socialmente, e in innumerevoli altre declinazioni visto le differenze culturali, visto che non si è ancora formattati tutti ad un unico pensiero unico del ‘politicamente corretto’, un’unica impostazione comportamentale, verbale con le mille altre varianti, è lasciato alla discrezione di chi detiene la proprietà della piattaforma, e non a processi democratici, a giurie fatte dal popolo, al dibattito della comunità, o a regole decise in comune, visto che in democrazia le regole sarebbero elaborate dalle persone della comunità e decise, provate dalla comunità, attraverso procedure o rappresentanti.
Fino ad un certo punto è comprensibile considerare che il proprietario (della piattaforma) faccia le regole. Il problema tuttavia si pone quando le piattaforme, o la piattaforma, assume delle dimensioni planetarie, globali. A questo punto è legittimo chiedersi se la perdita della democrazia attualmente in corso delle società non sia dovuto proprio intrinsecamente al fatto dell’infrastruttura stessa del come e dove si svolge il ‘dibattito pubblico’, lo spazio virtuale dei detentori delle piattaforme.
Si aderisce e si comunica politicamente e pubblicamente attraverso piattaforme private, orchestrate e gestite da privati che le gestiscono a loro discrezione. Ossia dalla democrazia vigente nelle società reali, si passa alla perdita di democrazia per delle comunità virtuali, per i fatto stesso del cambiamento dell’infrastruttura in cui si è spostato lo spazio del dibattito e della presenza pubblica, non più la piazza pubblica, il foro, ma lo sazio di proprietario privato, il padrone di quello spazio, che ritiene suo e pertanto le regole le decide lui, come a casa sua, e se a chi aderisce , o vuole dibattere, deve attenersi, perché sarebbero le regole ‘della casa’, del club privato.
La comunicazione e lo scambio, il ‘dibattito pubblico’ non avviene più nel foro, nella pubblica piazza, dove tutti possono parlare, avere libero accesso, andare e venire secondo i loro impegni ed interessi. Lo spostamento, quasi obbligato in cui si è trasferita la vita, la comunità, la società, del dibattito pubblico nello spazio virtuale e digitale di piattaforme di proprietà di privati, fa sì che per definizione, per il fatto stesso di aderire alle piattaforme si perde la democrazia. Perché appunto non si è più nello spazio pubblico, della res-pubblica, della piazza, del foro romano, che è di tutti, territorio nazionale pubblico, ma ci si è trasferiti a casa di qualcuno che le regole e le leggi le detta lui, a suo piacimento e come gli va a lui. Non è più lo stesso spazio, pubblico anche se ne ha le sembianze, e svolge la funzione di spazio pubblico, e dovrebbe pertanto essere regolamentato come spazio collettivo pubblico, in cui tutti hanno part nelle decisioni, si concorda insieme cosa decidere, approvare, regolare e come, e non solo i proprietari delle piattaforme. Decisioni che possono considerare di non censurare, ma lasciare libera l’espressione, la parola della gente.
Poiché le limitazioni delle libertà di parola portano a regolamentazioni in cui alcuni decidono per latri e fanno da moderatori della’ conversazione globale, planetaria’. Ma se l’unico spazio di comunicazione mondiale è detenuto da una piattaforma, dove le regole della convivenza civile e sciale sono dettate dal proprietario e gestore della piattaforma, è un po' come se si sostituisse a Dio, ed allo Stato, decidendo chi e in funzione di cosa viene esiliato. Solo perché proprietario e padrone della piattaforma, che non è più un spazio pubblico di tutti, ma suo, di sua proprietà. Per cui le regole le decide lui. E se gli va bene stai, altrimenti sei fuori.
Questo stesso problema di mancanza di democrazia e di perdita del ’pubblico’ dello spazio pubblico, sebbene ne restino le apparenze, lo mettono in moto tutte le app, in cui si stabiliscono delle regole per cui è socialmente accettabile (social credit system) chi si attiene a determinate norme, stabilite dal partito, o dal proprietario delle app, e a vita sociale delle persone non è più loro, ma decisa e controllata, dallo Stato, dal partito, o dalle app, piattaforme tecnologiche.
Se le piattaforme cominciano a svolgere censure, restrizioni di accesso, esclusioni, diventano i moderatori del dibattito che deve accordarsi ai loro principi, e i facitori di regole, i regolatori, i guardiani delle regole, quasi dei guardiani delle prigioni che sono diventati gli spazi virtuali.
Il rischio che forse attualmente l’umanità sta correndo consiste proprio in questo mutamento di spazio, da reale a virtuale, da pubblico a privato, per cui i padroni delle piattaforme diventato i guardiani delle prigioni virtuali, delle nostre vite.
Anche i lockdown, le separazioni, i distanziamenti interrompono la normale socialità. Il che permette di dare ulteriore potere alle piattaforme, perché la vita reale non c’è più, è stata interrotta. Non ci si può incontrare, abbracciare, quasi parlare per le mascherine, si sta a distanza, le comunità sono frammentate, non esistono più in quanto comunità, ma solo come mondi, individui scissi e separati, il che permette alle piattaforme di avere ed acquistare sempre più potere, perché la vita REALE esiste sempre meno, e meno esiste e più loro e SOLO LORO diventano gli unici padroni degli spazi ed i facitori delle regole della comune, sebbene comune e comunità non vi siano più, ma diciamo della comunità virtuale. Ecco perché non c’è più democrazia, né diritti, né libertà.
Il dibattito resta pubblico e inclusivo solo nella misura in cui si confà e si attiene alle regole decise dalla piattaforma, ossia dal proprietario della piattaforma, che diventa il proprietario di casa, in un certo senso, del dibattito nazionale, se non addirittura mondiale.
Se la conversazione pubblica, e politica, è trasferita nella comunità virtuale, nello spazio di una piattaforma privata, e se quello spazio è divenuto l’unico spazio di comunicazione e se la vita è divenuta virtuale perché la comunità mondiale si è trasferita sulle piattaforme digitali, essere escluso da essa è come essere esiliati dalla polis.
È un esilio alla Dante Alighieri cacciato dalla polis della sua città.
Con la differenza che la polis non è più una piccola città della Grecia, ma è divenuta una polis mondiale, cosmopoli, la comunità è globale, e la piattaforma globale è divenuta planetaria ma resta di proprietà privata.
Per cui il padrone, non è più Dio, come lo è nella Terra per la vita REALE, che in un certo senso faceva le regole della convivenza umana sulla Terra ed il suo abitare, o le ha fatte ab initio, e non è nemmeno più lo Stato, i cui popoli democraticamente stabiliscono e fanno le regole che vogliono seguire e decidono come vogliono vivere, e quindi a quali regole vogliono obbedire.
Per Rousseau gli uomini si mantenevano liberi solo nella misura in cui erano loro stessi a darsi le loro regole, le loro leggi. La loro ‘volontà generale’ decideva di quali regole seguire, la volontà generale, che sarebbe stata l’unione o l’insieme di tutte le volontà particolari, una specie di maggioranza, per cui solo nella misura in cui gli uomini obbedivano alle regole che si erano dati loro stessi, ed avevano scelto di obbedire e seguire, erano liberi, potevano ritenersi liberi, poiché non era la volontà di un altro, o di uno solo, che seguivano o veniva loro imposta, ma era la loro stessa volontà che si era fatta legge, direzione, regola, ed in funzione di quella essi agivano e potevano quindi agire come uomini liberi, obbedienti solo alle regole da loro stessi decise e scelte, approvate.
Se le regole di una piattaforma privata, bensì svolgente servizio pubblico, e facente da ‘spazio pubblico mondiale’, per la ‘conversazione mondiale’, della ‘comunità globale’, del mondo, poiché di fatto, o si è fatto in modo che il mondo e la vita si sono trasferiti lì, ecco che il fatto che una piattaforma privata stabilisca regole decise e varate a discrezione del padrone della piattaforma e del suo staff di dipendenti, pone di per sé, per definizione, dei problemi alla democrazia. Alla democrazia reale delle società e delle comunità reali globali. Perché non sono più le persone che decidono delle regole, non vi hanno parte, ne sono esclusi, possono solo acconsentirvi al momento dell’adesione alla piattaforma.
Essere esclusi dalla piattaforma però equivale a non avere vita sociale, a non far parte della comunità globale, equivale a venire esiliati dalla comunità, per decisione ed arbitrio dei detentori delle piattaforme. Ossia pochi privati. Acconsentire a regole già stabilite dal proprietario e non avere modo di avere ‘democrazia partecipativa’ ossia parte all’elaborazione delle regole, sotto cui tutti devono convivere, questo è mancanza di democrazia, perdita di democrazia, la ragione per cui le nostre società non hanno più democrazia, diritti e libertà.
Nello Stato reale, le cose non funzionano così. Non si può essere esiliati dal proprio Stato per discorsi ‘offensivi’. Si può essere querelati eventualmente, ma non esclusi e privati di comunità. Vita sociale, legami sociali, parola, diritti, libertà, tutte oggi sempre più regolamentate ad usum delfini, e in funzione delle app tecnologiche che valutano i comportamenti, per regolamentare se si è degni di appartenere alle piattaforme.
Si poteva essere esiliati delle polis, dal territorio nazionale, per l’arbitrio di uno, il proprietario dello Stato, quando questo era il Re, o il Governatore, e riteneva che lo Stato ed il territorio del paese fossero di sua proprietà.
Ma in democrazia, res-publica, vige, o vigeva lo Stato di diritto, ossia, si dovevano rispettare leggi, decise democraticamente, a cui si aveva parte nella elaborazione, a cui si acconsentiva in quanto si aveva e manteneva il potere di deciderle e deliberare su di esse, per migliorale, cambiarle, renderle vivibili.
Su questi elementi si dovrebbe riflettere. Stando i tempi avanzando verso l’uso sempre più massiccio di piattaforme tecnologiche di proprietà di compagnie private, che dettano leggi e regole da seguire, o che necessitano di regole fisse proprio per come sono tecnologicamente strutturate, ossia macchine, algoritmi, e non più umani, con capacità sensitive, o di perdono, o di deliberazione e valutazione interpretative.
Accettare un contratto, non è la stessa cosa di un procedimento democratico in cui le regole si scrivono insieme, o si possono modificare insieme, in cui le persone e la gente partecipano (democrazia partecipativa) al come vivere, convivere civilmente negli spazi ‘pubblici’, che però non sono più pubblici se non in apparenza perché in realtà di privati cittadini.
Poiché però lo spazio di conversazione e di vita globale si è trasferito su questi nuovi spazi ‘virtuali’ sarebbe giusto che vi si partecipasse tutti, e non che decidesse uno solo, o solo i padroni, ma tutti, democraticamente, civilmente, repubblicanamente.
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